• Lun. Nov 23rd, 2020

FARAFINA'S VOICE

"La cultura non fa le persone. Sono le persone a fare la cultura. Il razzismo non dovrebbe esistere, però non vinci un biscotto se lo combatti" – Chimamanda Ngozie Adichie

L’appropriazione culturale è quando una culturale dominante, spesso quella occidentale, si impossessa dei codici estetici di una cultura dominata ovvero una cultura proveniente dai popoli colonizzati o di una minorità oppressa. Esempio, i neri e gli indiani di America. Secondo Nacira Guénif, sociologa francese e professoressa all’università Paris 8, è “una spoliazione, un abuso di potere e una continua colonizzazione mediante altri mezzi. Ci si parla di ispirazione spacciata per rispettosa, però i benefici economici guadagnati dalle grandi case di Haute Couture sono smisurate rispetto a quello che andranno a pagare in un qualche processo”.

Spesso questi “prestiti innocenti” ignorano il vero simbolismo delle loro origini. Quando le modelle di Victoria Secret hanno sfilato con dei copricapo amerindiani, sono state accusate dalla comunità delle riserve di insulto a un simbolo di rispetto di e disonore. Le marche e le persone influenti, che si impadroniscono di tali aspetti simbolici, si arricchiscono a discapito dei popoli che le ispirano. Il problema dell’appropriazione culturale è che spesso viene fatta per divertimento e non per necessità. La cosa si mostra molto frustrante e offensiva poiché alcuni usi e costumi vengono banalizzati e usati come travestimento, costumi da carnevale. Mentre vedere delle trecce e delle dreadlocks su una persona nera è definita “routine” e “non pulito”, vederle su una persona bianca è definito “artistico” e “bello”.

Lo scrittore afroamericano Greg Tate chiama questo fenomeno “Everything but the burden” cioè tutto tranne il fardello. Una formula che vuol dire che i codici estetici di un popolo vengono utilizzati senza subire le loro sofferenze, ma al contrario, usufruendo dei privilegi: l’elevazione a feticcio e il riciclaggio senza retribuzione della cultura nera dagli artisti mainstream. Questo fenomeno si potrebbe benissimo assimilare a del razzismo. Se Kylie Jenner si fa le trecce e pubblica le foto su Instagram, le attiviste afroamericane si aspettano che parli del numero di neri uccisi dalla polizia o di altre battaglie condotte dal popolo nero.

Per Zoya Patel, autrice sudafricana, bisognerebbe trovare la linea sottile tra appropriazione culturale e ispirazione: se c’è uno scambio equo che fa sì le due parti beneficino di questa ispirazione, allora è positivo: citando il caso di Hermès, che nel 2011, ha lanciato una linea di sari indiani collaborando con stilisti locali. Quest’ultimi hanno ricevuto un’importante retribuzione finanziaria e una buona visibilità.

Alcuni casi di appropriazione culturale

– Nel settembre 2016, la Disney è stata accusata di appropriazione culturale e di non rispetto per aver commercializzato un costume all’immagine dell’eroe Maui del film Vaiana riprendendo i tatuaggi polinesiani. Davanti alla polemica, la Disney ha ritirato il costume.

Un mese dopo, Una rappresentazione dell’Aida di Verdi all’Università di Bristol è stata annullata in seguito a dei reclami di studenti che accusavano l’opera di appropriazione culturale dal momento che sarebbero stati attori bianchi a interpretare personaggi egiziani e etiopi.

– Nel gennaio 2017, un un’imprenditore indipendente che faceva le dreadlocks alle persone bianche è stato preso di mira dagli utenti di internet che lo accusavano di appropriazione culturale poiché le dreadlocks fanno parte della cultura nera e non devono essere sulla testa di etnie “non nere”.

Io non mi sono mai scandalizzata nel vedere italiani farsi le trecce o indossare tessuti africani, al contrario. Mi sembra sempre di assistere a una piccola vittoria del continente nero in un paese che l’ha conosciuto molto tardi rispetto ad altri occidentali. Sarà perché so che con gli italiani, non ci sono mezze misure; o ti amano, o ti odiano.

Andress Kouakou

Andress Kouakou

Dottoressa in Mediazione linguistica e in Giornalismo e cultura editoriale, Andress Kouakou è nata in Costa d'Avorio dove ha trascorso una parte della sua adolescenza. Si è poi trasferita in Italia, all'età di 14 anni tramite ricongiungimento famigliare, dove ha proseguito la sua formazione scolastica. Prima di abbracciare il sogno delle parole, aveva scelto l'ambito meccanico nel quale ha conseguito il diploma. Un perito meccanico che sceglie le lingue, possiamo dire che la sua è una vera e propria riconversione ;) Ha così concluso il suo percorso universitario con un tirocinio a Parigi in una web radio dove ha acquisito competenze orali e tecniche.

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