«Se non hai un pene, è come se fossi morto». La terribile realtà delle amputazioni per circoncisioni andate male

Tutti voi avrete sicuramente letto o sentito parlare della notizia sulla morte di uno dei due fratellini nigeriani a causa della circoncisione, il 23 dicembre 2018 a Monterotondo (Roma). Una morte terribile, soprattutto perché toccato ad un bambino, che putroppo in Africa avviene molto spesso.
La circoncisione maschile è una pratica molto diffusa in Africa e tra alcune tribù africane nel mondo, che consiste nella rimozione del prepuzio (il pezzo di pelle che avvolge il glande – struttura sensitiva all’estremità) dal pene.
Questa pratica in Africa, soprattutto presso alcune tribù come gli Xhosa, è accompagnata da riti di iniziazione veramente estremi che durano anche mesi:dalla preparazione fisico-mentale alla completa guarigione, tutto nell’isolamento totale dalla comunità e caratterizato dal divieto di assumere liquidi per circa gli otto dopo l’asportazione. Questo rituale tradizionale provoca ogni anno la morte di dozzine di giovani, per lo più per disidratazione o sepsi, ovvero la putrefazione causata da un’infiammazione batterica che porta dall’amputazione.

Giovani xhosa durante l’Ulwaluko, il rito d’iniziazione

Ora quello di cui vorrei parlare in questo articolo è una pratica altrettanto estrema che è stata praticata in Sudafrica da 4 medici diretti dal chirurgo André Van Der Merwe: il trapianto del pene, un’operazione tentata solo tre volte nel mondo. È stato eseguito la prima volta in Cina nel 2006 su un uomo che un mese dopo, visto le complicazioni ha chiesto di ritornare come era prima; poi nel 2014 al Tygerberg hospital (Città del capo- Sudafrica), dove i medici avevano eseguito il primo trapianto di pene riuscito della storia della medicina, su un giovane che aveva subìto l’amputazione per le complicazioni di una circoncizione andata male; ed infine una a Boston nel 2016, su un uomo il cui pene era stato asportato per un tumore.
André Van Der Merwe

Per reagire all’alto tasso di amputazioni del pene dovuto a circoncisioni tradizionali andate male, soprattutto presso gli Xhosa, il secondo gurpo etnico sudafricano, lo stato è diventato pioniere del trapianto del membro virile di donatori prossimi alla morte.
Un conto è donare organi interni e un’altro è donare un’appendice visibile come la mano o il pene, perché il livello di difficoltà della chirurgia microscopica è altissimo, visto che questo riguarda diversi tipi di tessuti: la pelle, i muscoli, i piccolissimi vasi sanguigni e i nervi. Oltre alla delicatezza dell’intervento dal punto di vista medico, questo lo è anche dal punto di vista etico e psicologico, anche se dal primo trapianto di reni nel 1954 e la proliferazione dei trapianti di organi in tutto il mondo, quelli di pene rientrano nella stessa categoria di quelli del viso o della mano.

Gli esperti stimano che il Sudafrica abbia il tasso più alto di amputazione del pene nel mondo a causa della persistenza della circoncisione rituale. Nei tentativi di fermare questo fenomeno, era stato promulgato nel 2001 una legge per l’applicazione delle norme sanitarie nella circoncisione tradizionale, ma questo non ha cambiato niente, infatti negli ultimi 3 anni sono morti 46 giovani.
Rispetto alle altre tipologie di amputazioni, quella del pene è particolarmente dura da affrontare nelle comunità degli Xhosa; questo perché significa che il giovane non diventerà mai un uomo, visto che ha perso uno dei principali indicatori di virilità. Un’altra condanna è quella sociale.
I trapianti sembrano essere una soluzione, ma ci sono anche tanti rischi, come il rigetto drastico dell’organo o se il trapianto riesce, c’è la dipendenza dagli immunodepressori, un trattamento che impedisce il rigetto, che può essere molto pesante e causare danni ai reni. Secondo l’ultimo paziente trapiantato, tutto questo è comunque un prezzo da pagare accettabile se paragonato a quella che sarebbe la sua vita senza pene. «Chiedi a qualsiasi ragazzo, di qualsiasi origine etnica: cosa ti rende un uomo? Ogni volta, la sua prima risposta sarà “il pene”».
«Se non hai un pene, è come se fossi morto».
Niamke N. Lynda

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Niamke N. Lynda
About Niamke N. Lynda 75 Articles
Dottoressa in Lingue e culture per l’editoria e in Giornalismo e cultura editoriale, Lynda è nata in Costa d'Avorio da madre ivoriana e padre ghanese. Trasferitasi in Italia all'età di 8 anni, vi ha seguito tutta la sua formazione scolastica. Il suo amore per l'Africa, le ha fatto decidere di fare un'esperienza in Ghana, dove ha perfezionato quelle che sono le sue conoscenze e competenze orali e tecniche nell'ambito del giornalismo.

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